Mal di Maldive. 2°parte

...nello spacco blu delimitato dal margine screziato e irregolare di questi angeli del mare sono apparsi tre esemplari di quello che scientificamente Ă© chiamato Rynodon Tipus una sorta di smisurato pinnuto, rarissimo da incontrarsi e meglio conosciuto con il nome di Squalo Balena.
Saranno lunghi dai cinque agli otto metri ognuno, se ne stanno immobili sotto la superficie del mare, scatto un paio di foto frontalmente, il flash forse li spaventa, si girano ed iniziano a nuotare maestosamente, con noi due che arranchiamo dietro a loro.
Benedico la Nikonos maneggevole e leggera, sto cambiando la lampadina quando uno degli squali si ferma mettendosi in candela come una cerniotta qualsiasi, inizia a pompare con la bocca il plancton di cui si ciba, io corro sopra quella voragine spalancata e scatto foto su foto.
Monica lo accarezza – è morbido, sembra coperto di velluto! – riesce a gridarmi gorgogliando le parole attraverso il boccaglio, io nuoto sotto la pancia smisurata, mi godo la vista di tre o quattro pesci pilota lunghi un metro ognuno e intanto penso che siamo stati prescelti da chissà quale sorte per essere tra i primi al mondo a fotografare gli Squali Balena. Pur sopraffatti dall’emozione, iniziamo finalmente a connettere e a ragionare ricordando di avere una Nikon F2 in barca. Veniamo sbalzati fuori dall’istinto, dalla volontà , forse soltanto tirati da una mano maldiviana che continua a non capire. Io comincio a saltellare comicamente con le pinne nei piedi che scivolano e sgusciano sul pagliolo del dhoni – non c’è tempo per cavarsele - impugno la macchina fotografica esterna cercando di comportarmi da bipede terrestre pur essendo ancora in parte equipaggiato da ominide acquatico ed inizio ad inquadrare la spettacolosa macchia grigia filante che nuota pigramente assieme alla nostra barca, quasi guidandoci come una pilotina vivente verso l’infinito nulla del mare. Probabilmente stiamo trascorrendo il tempo necessario a vivere un intero tratto dell’esistenza, sospesi e persi nella sconfinata laguna di Boduhiti, ma ci sono anche i comandi irrinunciabili della natura che guidano i nostri sguardi e i nostri desideri. Ci rituffiamo in acqua, due degli Squali Balena si sono inabissati rientrando nell’inesplorata dimensione del sogno, non li rivedremo mai più, il terzo sembra indugiare ancora ma poi riprende a nuotare lentamente, guadagnando a poco a poco, con dolcezza e smisurata eleganza, il fondale.
Quando lo Squalo è ormai ad oltre quindici metri di profondità , Monica guizza con una capovolta, scende veloce e morbida, si avvicina al corpo smisurato dello Squalo, mentre io la seguo come posso, alle prese con i miei attrezzi fotografici, calcolando mentalmente improbabili rapporti tra diaframma e otturatore.
Riesco a scattare tre foto, le ultime del rullino: una di queste, con Monica attaccata alla pinna dorsale come se fosse trainata da un tender degli abissi, mi diede una certa notorietà nel mondo subacqueo di allora. Ma era un mondo primitivo e intatto, gli entusiasmi e i consensi erano all’ordine del giorno per chi avesse avuto la fortuna di incontrare gli Squali Balena.
Molti anni dopo quell’episodio, seppi che in Australia si organizzavano immersioni subacquee dove il faccia a faccia con lo Squalo Balena era garantito mediante avvistamenti con aerei privati in contatto continuo via radio con la barca delle immersioni e interfacciati da sistemi di ricerca satellitare.
Come finì la nostra avventura, molto meno eroica e tecnologica?
Il mare inghiottì i grandi Squali Balena e non li incontrai mai più, nonostante affannose, ripetute e inutili ricerche, che si protrassero per mesi, per stagioni, attraversando cocciuto le cadenze monsoniche. Quando abbandonai questa ricerca ormai inutile, mi accorsi che gran parte del mondo conosciuto e amato, fuori e sotto la superficie del mare, esisteva solo nei miei ricordi.
e un giorno potessi, vorrei venire in Italia”. Me lo disse uno dei ragazzi maldiviani che lavorava nell’isola dove abitavo, mi pare che lui si chiamasse Gaddu, ma tutti ormai lo chiamavano Martello, un altro dei soprannomi che avevo dato e di cui non ricordo più l’origine. Me lo disse una sera mentre ritornavamo da Dighiri, dove eravamo andati a pescare: Martello pilotava sicuro e dritto a poppa, timonando con un piede e appoggiando le mani sullo scalmo del boma.
Come quasi tutte le barche maldiviane di allora, anche la nostra era costruita con legno di cocco, materiale pesante, di difficile manutenzione e con una vita limitata: ci sarebbe voluto molto tempo, prima che la vetroresina arrivasse a solcare le acque profonde e scure dei pass.
Sarebbero allora arrivate grandi barche per la traina con divergenti alti e minacciosi, attrezzate con l’elettronica di ultima generazione, in grado di scovare le correnti e le mangianze più lontane, quelle che Martello fiutava con l’olfatto ereditato da anni vissuti su barche cariche di pesce seccato – scie solide e nauseabonde - con lo sguardo, l’intuito lucido e furente che forse gli dava il betel che smangiucchiava tutto il giorno tingendosi la bocca e i denti di vermiglio.
Le nostre pescate non avevano nulla in comune con le grandi stragi dei fisherman, che allora erano sconosciuti e remoti. Sarebbero state quelle dei turisti con poco tempo a disposizione e molti soldi da spendere, le vere battute di pesca d’altura al Blu Marlin “tutto incluso”.
Noi iniziavamo a darci da fare la mattina presto, catturando con coperchi, retini, pezzi di ciotola e pentole varie, centinaia e centinaia di pesciolini nelle lagune e nelle anse delle spiagge, con il favore della bassa marea. I pesciolini ancora vivi e guizzanti finivano nella sentina della barchetta, dove una apertura a prua e una a poppa garantivano il passaggio d’acqua necessario alla loro sopravvivenza.
Iniziava la navigazione, seguendo il vento e le correnti dei pass.
Martello qualche volta guardava lontano, sembrava inseguire con lo sguardo un presagio o un segno del destino e qualche volta scrutava l’acqua blu e cupa che la prua tagliava, frastagliandola in riccioli bianchi e turchesi.
“Usmano, kontaga!”
Mi chiamava Usmano, un nome maldiviano che Martello mi aveva dato, una specie di scambio per averlo a mia volta battezzato con un nome Italiano: e quella parola strana e spigolosa – kontaga – sussurrata da Martello, era una melodia, “ci siamo!”.
A poppa della barchetta l’acqua ferma e lucida del mare iniziava a ribollire, noi cominciavamo a gettare manciate di pesciolini nel mare per non perdere il contatto con il branco di bonitos e battevamo la scia dello scafo con cucchiai ricavati da mezze noci di cocco per confondere le idee ai pesci. Quando tutto era pronto dalle murate tiravamo fuori due lunghe ed elastiche canne di bambù, con un filo di nailon della medesima lunghezza e un amo all’estremità della lenza, un amo grosso, aperto e senza ardiglione. Quell’amo, trascinato dietro alla barca, senza esca, formava un sottile vortice bianco che imitava un pesciolino ferito e i bonitos lo addentavano, voraci.
Noi, al minimo tocco, inarcavamo le canne e facevamo volare il pesce, guizzante in un’estrema e vana lotta aerea, al di sopra delle nostre teste, facendolo ricadere nell’acqua della sentina assieme alle esche che lo avevano tradito. Il distacco dall’amo senza ardiglione era immediato e noi rilanciavamo in attesa di un’altra preda. Se la traiettoria del pesce non era precisa, il bonito cadeva in acqua ma... per saperne di più abbonati a Blumag.it!
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