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Caraibi

Caraibi

Maggio 2011 | Autore: Redazione Blumag
Viaggi

Pochi minuti prima di atterrare all’aeroporto internazionale di St.Lucia, già dal finestrino dell’aereo stupiscono i colori del mare delle isole caraibiche. Colori decisi e, al contempo, che evaporano in mille sfumature, morbide e tenui. Presto lo stupore si traduce in consapevolezza: finalmente ai caraibi, con alle spalle l’inverno europeo e davanti due settimane tra le Windward Islands, navigando, dondolando oziosamente ancorati in rada, ballando al suono delle tante steeldrum-band. La barca presa a noleggio in una delle affidabiliagenzie italiane è in attesa ormeggiata al marina di Rodney Bay, poco a nord di Castries, capitale di St.Lucia. Non è lì che sarà riconsegnata: l’opzione “one-way” dà la possibilità di terminare l’itinerario in un porto diverso da quello díimbarco. Si parte da St.Lucia e giù verso sud fino a Grenada, passando per St.Vincent e le Grenadine.Anzi, per l’esattezza, prua a sud ovest, con il vento al lasco.

Nella lunga buona stagione, che va da novembre a giugno, il vento è costante. Proviene sempre dall’Oceano e - puntuale come un impiegato della City londinese - si alza ogni mattina, per calare la sera, dopo il tramonto. Una certezza.

Prima di mollare gli ormeggi va organizzata la cambusa: è uno di quei casi in cui è possibile unire l’utile al dilettevole, andando a fare acquisti al mercato di Castries. Luogo coloratissimo e variegato, dove si compra anche ottima frutta: banane soprattutto, tipico frutto dell’Isola. Qui si fanno tante cose con le banane: pane di banane, succhi di banane, dolci a base di banane, ecc.

Finalmente si naviga

Una volta mollato il pontile di Rodney Bay, per raggiungere il mare bisogna percorrere un breve canale all’uscita del quale si deve fare attenzione a un basso fondale posto a destra, subito fuori l’imboccatura. Dopo un paio di miglia - in direzione sud-ovest - si doppia Barrel of Beef, uno scoglio che si può lasciare indifferentemente a destra o a sinistra. Superato il grande porto di Castries e la baia di Cul de Sac, riconoscibile per le grandi cisterne petrolifere, la prima tappa vede protagonista la bella Marigot Bay: il suo ingresso non è molto visibile dal mare, ma seguendo una buona carta nautica non si può sbagliare. Marigot è una baia ampia e molto ben riparata, tanto che - durante la stagione estiva, in occasione degli uragani - si ricoverano le imbarcazioni, incastrandole tra le mangrovie. Si può decidere di ormeggiare in uno dei tanti pontili o rimanere alla ruota. Prima di lasciare la baia è bene passare all’ufficio doganale per registrare l’uscita dallo stato di St.Lucia.

La tappa successiva - sempre navigando verso sud-ovest, tenendo l’Isola alla propria sinistra - è un’ansa tra i Pitons, due montagne verdissime (Petit Piton m.800 s.l.m. e Gros Piton m.1000 s.l.m.) a picco sul mare, separate da una baia nella quale ci si può ancorare liberamente. Un vero spettacolo della natura. In quella zona è meglio programmare una tranquilla cena a bordo, evitando di lasciare la barca incustodita, in quanto in passato si sono verificati furti.

La navigazione si svolge sempre a ovest delle isole, per cui sottovento. Il mare è privo di onda e, quando si è all’ancora, le baie sono tutte ben ridossate. Unica eccezione il passaggio tra le isole: nei canali, infatti, il vento generalmente aumenta d’intensità, specie in prossimità dei capi. Come tra St.Lucia e St.Vincent.

Da St.Lucia a St.Vincent

Lasciati i Pitons e St.Lucia, si fa rotta per 211°. Dopo 30 miglia ecco De Volet Point, primo capo a nord dell’Isola. Poche miglia ancora e si arriva alla baia di Chateaubelair. Ormeggiata la barca, con ancora e una cima di sicurezza a terra, ci si prepara a scendere. Prima, però, bisogna ricordarsi di esporre la bandiera gialla, sulla sartia sinistra, per segnalare alle autorità che la barca non ha ancora assolto gli obblighi doganali. Sulla sartia destra invece, già durante la navigazione nel canale, ha trovato posto la bandiera di cortesia dello stato di St.Vincent & Grenadines. A Chateaubelair c’è un ristorantino sulla spiaggia molto gradevole, dove si mangia bene.

Per fare dogana bisogna spostarsi alla baia di Wallilabou, quattro miglia più a sud. Dogana assolta, via la bandiera gialla: adesso si è entrati ufficialmente a St.Vincent. Quest’isola merita una visita a terra e, per fare ciò, è meglio andare fino alla sua capitale - Kingstown - dove lasciare la barca ormeggiata nel molo riservato agli yacht. Una guida aiuta a individuare i luoghi più caratteristici: piccole vallate ricche di vegetazione, fiumi e cascate, giardini botanici di rara bellezza e sentieri trekking, uno dei quali porta fino in cima al vulcano spento di Soufriere.

Ripresa la navigazione si prosegue in direzione Bequia, isola di grandi tradizioni marinare e pescherecce. Qui, ancorati ad Admiralty Bay, ci si può affidare all’ottimo centro immersioni Dive Bequia (VHF 68) per godere delle meraviglie dei fondali caraibici; oppure passare una serata da Coco’s Place ascoltando musica dal vivo e gustando i piatti locali a base di pesce.

Laguna da sogno

Lasciata Bequia si fa rotta su Mayreau per sostare qualche ora nella splendida Salt Whistle Bay, baia perfettamente ridossata e dai colori intensi; poi, a poche miglia verso est c’è Tobago Cays, laguna delimitata da una barriera corallina talmente bella da desiderare di trascorrerci più di un giorno. Per entrare a Tobago Cays bisogna porre la massima attenzione al reef: provenendo dalla parte nord di Mayreau, prima si deve raggiungere il punto nave 12°39’50”N-61°23’00”W, mettere la prua su 142° e, seguendo l’allineamento tra due segnalamenti di colore bianco e nero posti su due isolotti, attraversare la north pass.

Per i patiti di immersioni subacquee, il diving center di Glenroy Adams risponde (VHF 68) alle chiamate provenienti dalle imbarcazioni all’ancora; pianificata l’immersione, la barca del diving vi preleverà direttamente dalla vostra imbarcazione, dove vi riporterà a immersione conclusa. Ovviamente è necessario un brevetto subacqueo riconosciuto a livello internazionale.

Soddisfatti del tempo trascorso a Tobago Cays, si fa rotta alla vicina Union, ultima isola dove poter effettuare l’uscita doganale. Ci si può ormeggiare al pontile dell’Anchorage Yacht Club di Clifton o restare in rada a una delle tante boe presenti. Union è un’isola poco turistica, dove si sono mantenuti gli usi tipici dell’area. Da non perdere una cena al West Indies, ristorante dove la cucina creola è espressa ad alti livelli.


Ultimo Stato

Prima di fare rotta su Carriacou, isola già appartenente allo stato di Grenada, vale la pena dedicare qualche ora ancorati tra le isole di Petit St.Vincent e Petite Martinique: è buffo pensare che quello stretto canale tra le due piccole isole sia il confine tra due stati; di fatto, la prima è il baluardo meridionale di St.Vincent, la seconda quello nord orientale di Grenada. In ogni caso il posto è bello e tranquillo, con l’acqua del mare cristallina.

Dopo aver fatto il bagno si riprende la navigazione fino a Hillsborough sull’isola di Carriacou, dogana utile per registrare l’entrata. Di fronte all’abitato c’è Sandy Island: un ciuffo di palme, lì quasi per caso, su una spiaggia perfetta. Con la barca è possibile ancorarsi accanto e col tender scendere su questa striscia di sabbia. Bianchissima frattura del blu-turchese del mare.

Infine, Grenada. Nobile, maestosa ed elegante.

Poco prima del porto di St.George, dove si lascerà la barca, vi è Halifax Harbour, piacevole ancoraggio per trascorrere una notte.

Assolti gli obblighi di check-out della barca, Grenada offre tante attrazioni alle quali dedicare un’intera giornata: le cascate Concord; le bellissime spiagge sulla frastagliata costa meridionale; la stessa cittadina di St.George, con le caratteristiche case in stile inglese.


Risalendo in aereo

Naturalmente ci rendiamo conto che le mete da visitare sono molte più di quelle che abbiamo avuto modo di vedere in “sole” due settimane: questa parte di caraibi è straordinariamente ricca di bei posti e ogni isola - con i suoi scorci, i paesaggi, la gente, la cucina e i modi - da sola, potrebbe occupare oltre un mese intero.

Di sicuro, adesso, succede che tante domande si affollano nelle nostre menti; domande nate dai forti contrasti vissuti, frutto di un palese miscuglio di culture: questo pezzo di caraibi vive il riflesso delle dominazioni francese e inglese, in maniera così pregnante da colorare ogni cosa con più significati. Un caleidoscopio di modi di fare, di lingue, di usi e di cibi, che né foto né filmati riusciranno mai a riprodurre fedelmente. Quel caleidoscopio è il souvenir che abbiamo messo in valigia: lo portiamo con noi in Europa. Per saperne di più clicca qui


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