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Dove va la nautica

Dove va la nautica

Gennaio 2009 | Autore: Redazione Blumag
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 di Puccio Corona


È diventato l’incubo dei nostri giorni. Viviamo ormai rintanati come nei rifugi antiaerei durante la guerra mondiale, in attesa dei bombardamenti. Siamo scossi, preoccupati. Non si fa che parlare di crisi economica mondiale. Stentiamo a capire i termini astrusi di cui sono zeppi i giornali, ed è come nuotare in una piscina colma di melassa. Perché? Chi? Come? Che succederà? Leggere nel futuro non si può, dar retta alle Cassandre è pure sbagliato. E allora non ci rimane che aspettare, aspettare e sperare.

Poi, nel pieno dello tsunami finanziario, arriva il Salone nautico di Genova. E girando tra quegli scafi scintillanti, gioielli di design dalle linee purissime, vagando in mezzo ai prodotti più innovativi della insuperabile creatività italica, veniva da chiedersi: “E ora cosa ne sarà di tutto questo? La nautica sarà travolta dalla crisi, o troverà in sé gli anticorpi per bloccare l’avanzata del male e poi guarirne, come è già successo in passato?â€. E ancora: “Chissà se c’è allarme tra i cantieri, se qualcuno ha già in mente come uscire da una crisi che presto arriverà?†Interrogativi, tanti interrogativi.
Ebbene, quale migliore occasione del Salone per trovare risposte, saggiare gli umori, capire in che direzione e come si sta muovendo un settore economico così importante per la vita del Paese?

E allora siamo andati a campione, in modo da sondare trasversalmente tutte le componenti della nautica e avere un quadro sufficientemente chiaro della situazione: perché i problemi dell’importatore sono diversi da quelli del costruttore di imbarcazioni di lusso, le preoccupazioni di chi fabbrica accessori non sono necessariamente uguali a quelle che assillano il cantiere che produce barche medio-piccole… E così via.
Cominciamo da chi ha una visione globale del mercato e a cui spetta, in definitiva, studiare soluzioni che puntellino le aziende anche nei momenti difficili. Parliamo dell’UCINA, la Confindustria della nautica.
 

C’è serenità nel presidente, Anton Francesco Albertoni, quando dice: “Naturalmente, nel momento in cui la crisi ha raggiunto la fase più acuta e le Borse in tutto il mondo precipitavano senza rete, ho subito convocato il consiglio direttivo e ci siamo detti: non sminuiamo ciò che di valido si è fatto fin qui. Sia il numero di visitatori del Salone, sia quello delle contrattazioni registrate dimostrano che siamo perfettamente in linea con ciò che il diportista vuole. Dobbiamo raffrontarci con i risultati che si è raggiunti fino ad oggi (anche se i dati sono del 2007) grazie ad aziende che si sono ristrutturate per operare bene, aziende - aggiungo - che nonostante la turbolenza dei mercati risentiranno meno della congiuntura. Se, insomma, questa crisi planetaria finirà presto, la nautica italiana ne uscirà prima di altri settori industriali. Siamo dunque sostanzialmente sereni per due fattori:
1) Il buon lavoro già fatto ha favorito una crescita sia dei fatturati che degli investimenti.
2) Il bilancio positivo del Salone, sia in termini di visitatori che di numero di trattative.

 Naturalmente rimaniamo con i piedi per terra, sappiamo benissimo che le trattative non corrispondono al numero di barche vendute, ma i dati rimangono confortantiâ€.

Ma la domanda-chiave è: state pensando a strategie d’emergenza? La risposta di Albertoni è molto lucida e precisa: “Tutto dipende da quanto durerà la crisi. La ristrettezza del credito comporterà problemi, è sicuro, soprattutto nei confronti delle aziende meno industrializzate e di certi dealers che devono assumere impegni nei confronti dei cantieri. Ma per fortuna il
nostro non è un settore industriale dai grandi numeri, come per esempio quello dell’auto: la Volvo mette in cassa integrazione migliaia di dipendenti, e altre industrie, come la Brunswick americana, chiudono interi stabilimenti e licenziano centinaia e centinaia di lavoratoriâ€.

- Ma i problemi di cui parla che contraccolpi creeranno? - chiediamo -. Ci saranno aziende che licenzieranno in Italia e andranno a produrre in aree del mondo dove il costo della manodopera è molto basso? Dobbiamo aspettarci anche nella nautica lo shopping di Paesi emergenti come la Cina, dove già si costruiscono barche con esperti italiani? Arriverà una nuova politica dei prezzi da parte dei cantieri?
“Allora, rispondo punto per punto. Non credo per cominciare che ci saranno delocalizzazioni. Assisteremo piuttosto ad un accorpamento di aziende. È già avvenuto in passato. In secondo luogo, non credo che Cina e India, tanto per fare un esempio, siano pronte dal punto di vista industriale a fabbricare prodotti che abbiano uno standard europeo. Piuttosto, dovremo essere noi italiani a dimostrarci più aggressivi per penetrare maggiormente nei mercati esteri. Proprio per questo abbiamo sottoscritto un accordo triennale con il ministro dello Sviluppo Economico Scajola che finanzierà la nostra presenza all’Expo 2010 di Shangai. Per quanto riguarda infine l’andamento dei prezzi, è chiaro che, con il mercato in calo, qualcuno promuoverà prezzi ridotti. È fisiologicoâ€.
Il presidente Albertoni lo dice con eleganza, ma qualcuno è più brutale quando gli si chiede quali saranno le conseguenze del terremoto finanziario mondiale nella nautica italiana. Ecco alcuni pareri.

Sergio Felici (executive director di Sabre Yachts): “Nei prossimi mesi molti lasceranno, sia per scelta sia perché non riusciranno a sostenere la crisiâ€.

Luigi Pagliano (titolare Abacus Marine): “Per i cantieri piccoli sarà un’ecatombeâ€.

Lorenzo Selva (titolare dell’omonima azienda e vicepresidente UCINA): “Sull’onda del successo delle grandi imbarcazioni c’è stato negli ultimi anni un fiorire di piccoli cantieri in capannoni di 100 metri quadri e cinque dipendenti che fanno realizzare tutto all’esterno e vendono magari due barche l’anno: con la crisi spariranno tuttiâ€.

Massimo Franchini (titolare dell’azienda omonima): “è un facile presagio: la crescita tumultuosa degli ultimi anni ha dato spazio a nuovi imprenditori senza esperienza e senza competenza, ad improvvisatori, che si sono gettati sul cinquantenne con buona disponibilità finanziaria che aveva scoperto il mare. Era un bel “pesce†perché inesperto, e molti hanno gettato l’esca e hanno pescato bene. Questi imprenditori saranno i primi a pagareâ€.

Dal 2007 la Nautilus Marina importa per il mercato italiano le Larson, barche di medie dimensioni (da 18 a 37 piedi), costruite da quasi cento anni nel Minnesota, sulle rive del Mississippi, e famose per la loro solidità, l’affidabilità e l’accuratezza costruttiva. Il responsabile commerciale si chiama Gianni Amoroso.
- Siamo curiosi di sapere - chiediamo - se questa crisi in qualche modo favorisca o sfavorisca chi, come voi, importa dall’area dollaro.
“In generale la svalutazione del dollaro rispetto all’euro ha avuto contraccolpi positivi sui prezzi delle barche americane, specie se si considera la qualità costruttiva che vantano i cantieri di quel Paese. Adesso, con la crisi in atto, c’è in America, dove il mercato ha avuto un crollo, una paura diffusa che si crei dell’invenduto. Così la Larson - che pure ha una clientela affezionata e fedele (basti notare come sia impossibile trovare una Larson nel mercato dell’usato) - si è limitata ad aumentare, per la prima volta, gli incentivi per gli importatori, con una serie di vantaggi commerciali e premi di produzione. E, per i clienti, forme di pagamento agevolato.Quindi siamo abbastanza tranquilliâ€.

Ecco, l’invenduto è una delle prospettive che turba i sonni dei costruttori. Una proposta la fa Giampaolo Murzi, titolare della Gia.ro.li. che importa in Italia e in Francia le Grand Banks, barche americane di grande qualità. “Il momento è davvero difficile, l’incertezza si sta autoalimentando. Una buona medicina, per superare la crisi, sarebbe per i costruttori migliorare al massimo la qualità del nuovo, internazionalizzare di più l’offerta e potenziare il charter, sfruttando le flotte esistenti di usato e di invenduto in modo da “movimentare†il mercato. I cantieri italiani e stranieri che lo fanno da tempo ora sono in netto vantaggio sugli altri. E lo dice chi importa barche che hanno un mercato in continua espansioneâ€.
Il clima di fiducia è tuttavia generalizzato. Ribadisce Massimo Franchini: “In questo momento siamo tutti abbastanza sbarellati, come stralunati, viviamo in una sorta di limbo. C’è sicuramente preoccupazione su ciò che succederà. Nessuno dunque si fa prendere da entusiasmi ma nemmeno da disperazione. Il dato è che la voglia di nautica è intatta, le vendita sono in linea con gli anni passati e l’atteggiamento che si respira è relativamente tranquilloâ€.

Stesso discorso, più o meno, lo fa Lorenzo Selva, che è uno dei maggiori produttori nazionali della cosiddetta “piccola nauticaâ€: “Come imprenditore ho fiducia, la contingenza economica porterà dei vantaggi per i costruttori come me. Il mare è come una droga e ci sarà sempre chi comprerà la barca. Magari ci sarà un ridimensionamento, anzicchè un quindici metri si acquisterà un dieci metri. Peraltro, c’è già qualche segnale che si va in questa direzione. E chi non vorrà rinunciare ad un ridimensionamento della lunghezza della barca, si rivolgerà al mercato dell’usatoâ€.

Tocchiamo così un altro argomento chiave: l’usato. Secondo Lisa Salmaso, responsabile marketing di Dalla Pietà Yachts, “l’usato è diventato un problema perché è stato sopravvalutato per incentivare l’acquisto del nuovo, col risultato di creare una gran massa di invendutoâ€. E Renato Martucci, di Gagliotta, aggiunge: “Il valore dell’usato crollerà e si arriverà ad una situazione simile a quella dell’auto. La perdita di valore sarà più rapida anche perché l’innovazione tecnologica, sempre più presente nelle barche nuove, contribuirà a rendere più vetuste, e quindi meno appetibili, le vecchie. Ma ciò sarà utile per sanare la “bolla†e i cantieri torneranno ad assegnare all’usato il giusto valoreâ€.

Unendosi al coro, anche Flavia Proietti, di Comar, dice che le aziende si salveranno se punteranno sulla qualità, ma aggiunge: “La vela può essere una buona risposta alla crisi. Molti, al Salone, hanno proprio espresso l’intenzione di passare dal motore alla vela, in particolare alle barche piccole, fino ai 9 metri: sono più semplici, più gestibili, più dinamiche, hanno costi più accessibili e vai ovunque. Noi punteremo per esempio su un 21 piedi, per il quale si potrebbe creare una nuova classe velica per far divertire gli armatori e farli misurare nelle regate: se ci sarà una contrazione delle vendite degli 80-100 piedi, avremo così una “riserva†da giocarciâ€.

Più spavaldo Massimo Mariotti, amministratore delegato della Beneteau Italia: “Non bisogna vivere nella paura e condizionati dalla crisi. Da questo punto di vista il Salone ha lanciato un bel messaggio positivo, di fiducia nel futuro. Noi siamo un gruppo molto solido e non abbiamo bisogno di appoggiarci alle banche per finanziare la produzione. Dunque non abbiamo la speranza di superare la crisi. Ne abbiamo la certezzaâ€.
Anche sulla delocalizzazione non abbiamo trovato pareri discordanti. Quasi tutti sono d’accordo nel sostenere che la creatività italiana e la maestrìa degli artigiani italiani non puoi ritrovarle da nessuna parte al mondo. “Per essere realmente conveniente - dice Lorenzo Selva - dovremmo andare a costruire le nostre barche molto, molto lontano, in Estremo Oriente. E questo annullerebbe i vantaggi economici. Basti dire che una barca di dieci metri, per essere trasferita in nave da Shangai a Genova, costerebbe diecimila euro. E ho detto tuttoâ€.
“Abbiamo già una manovalanza di extracomunitari - ribadisce Antonio Senese, titolare dei cantieri “Mimì†- e abbiamo anche fatto un tentativo in Cina, ma il risultato non è stato dei migliori: i cinesi sono bravi nelle produzioni meccanizzate ma certo non in quelle artigianali. Il nostro è un prodotto raffinato, e anche se costa il 20-30% in più ne vale decisamente la penaâ€.

E dice ancora Flavia Proietti: “La qualità tra l’altro ti protegge dalla svalutazione. Da una parte hai paura di spendere, ma dall’altra pensi: che ci faccio dei soldi? Li impiego per acquistare qualcosa che non perda valore: una casa o un prodotto di altissima qualità che conservi più o meno la sua valutazione iniziale nel momento in cui me ne vorrò disfareâ€.
Una crisi finanziaria e bancaria, tuttavia, non può non riflettersi sul sistema del leasing. A questa pratica si deve gran parte dell’ultimo, tumultuoso progresso della nautica e sul leasing si appuntano oggi le maggiori preoccupazioni.
E su questo vi riferiamo in un box a parte, con altre interviste e previsioni.
Ricordiamo che Lorenzo Selva ci aveva detto: “Voi sapete che esiste un regime particolare per il pagamento dell’IVA sul leasing. In buona sostanza l’IVA è inversamente proporzionale alla lunghezza della barca: più la barca è grande, meno paghi. Insomma, una sorta di forfettizzazione. Ora sta succedendo che l’Agenzia delle Entrate, presumendo che le barche di una certa dimensione navighino essenzialmente oltre le acque territoriali italiane, interroga i comandanti per accertare se in effetti - e con quale frequenza - venga superato questo limite. Una sorta di assurda persecuzione. Se è stata stabilita una forfettizzazione, per quale motivo devono far controlli?â€. E su questo punto, Roberto Bellingeri, responsabile del settore nautico della Locat Unicredit, che si occupa di leasing (vedi intervista nel riquadro), è d’accordo: “L’unico modo di dare respiro alla nautica è dire chiaramente che dopo avere accettato il regime forfettario non si subiranno controlli. Si eviterebbe così che moltissimi preferiscano il regime fiscale francese che impone un’aliquota del 9,8% uguale per tuttiâ€.

Ma c’è anche da andare a vedere cosa sta accadendo nel settore degli accessori. Saverio Cecchi è uno dei più importanti imprenditori del settore, e componente del consiglio direttivo dell’UCINA. “Inutile cercar di fare l’indovino. Tra un paio di mesi vedremo cosa accadrà, nella speranza che sia solo una bolla presto destinata a scoppiare. Per i diportisti, la preoccupazione maggiore riguarda il leasing; per le imprese, invece, una stretta creditizia che metterebbe in gravi difficoltà chi ha investito in ricerca, in strutture, in personale.
C’è anche da dire, però, che la nautica ha avuto una crescita a due e addirittura a tre zeri. Negli ultimi dieci anni parliamo del 377%. Difficile che continui con questi ritmi.
Tutti noi ricordiamo le ultime due grandi crisi: nel ‘75 e nel ‘93. E ora questa del 2008: quindi, più o meno, ogni 15 anni. E sempre, dico sempre, la ripresa è avvenuta dopo un anno-sedici mesi. Per quanto riguarda il mio settore, non c’è grande agitazione.
Tra l’altro è probabile che molti preferiranno migliorare la barca che già possiedono anziché comprarne un’altra. E dunque, acquisteranno nuovi accessoriâ€. Lorenzo Selva ha già alcuni dati illuminanti sulle attuali tendenze: “Diversi cantieri del comparto dei gommoni hanno segnalato un evidente risveglio del segmento dei piccoli scafi, diciamo tra i 4,5 e i 7,5 metri, una fascia che invece era andata pian piano calando negli anni scorsi fin quasi a fermarsi. Ora c’è una ripresa. Evidentemente si è fermata la corsa al gigantismo, fenomeno che reputo positivoâ€.
In conclusione, nessuno è in grado di mettere nel pentolone gli ingredienti per la pozione magica o ha ricette per una crisi che non si sa quanto durerà e di che proporzione sarà.
Ma l’architetto Massimo Franchini fa alcune sagge considerazioni finali: “Secondo me, la nautica deve proseguire nel suo percorso di normalizzazione. Siamo un settore industriale e dobbiamo concentrarci sull’apporto che già oggi diamo al PIL (cinque miliardi di euro). La nautica italiana ha una doppia anima: da un lato, una struttura industriale che non ha nulla da invidiare ai grandi gruppi di altri settori. E qui dobbiamo strutturarci meglio, mantenere una organizzazione più professionale e meno passionale, potenziare la ricerca e l’attività di marketing. La seconda anima è quella artigianale e creativa. Occorre avvicinare al massimo questi due mondi. Quindi, in sintesi: per affrontare al meglio la crisi, le piccole aziende saranno costrette a creare sinergie e a crescere dandosi una organizzazione più solida, mentre le grandi aziende dovranno fare meno finanza e più industriaâ€.

Nessuno, tuttavia, avrebbe immaginato che la crisi sarebbe stata così rapida, mentre le previsioni degli organismi internazionali si fanno di giorno in giorno più nere.
Qualche contraccolpo si sta già verificando, ad appena un paio di mesi dal Salone di Genova. Qualche azienda ha già dovuto ridimensionare i programmi di produzione perché le “promesse d’acquisto†raccolte in ottobre non sono state mantenute. Altre hanno deciso di non rinnovare i contratti a tempo determinato che avevano in scadenza, altre ancora hanno annunciato licenziamenti.

Eppure, c’è chi rimane assolutamente convinto che la nautica si salverà.
E quando questa industria, simbolo del made in Italy, seconda al mondo per fatturato, ritornerà alla luce dopo avere attraversato il suo bravo tunnel (alla fine del 2009?), potrebbe addirittura ritrovarsi migliore: con i rami secchi persi per strada e un tronco più robusto. Amen.






Anton Francesco Albertoni

Gianni Amoroso



Flavia Proietti


Saverio Cecchi


Lorenzo Selva





Massimo Franchini

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